Etichette e autocertificazione del vino
Pubblicato da Mike Tommasi il 05/12/2007 in VinoSegnalo un interessantissimo articolo del mio amico Giampiero Nadali, alias Aristide, a proposito della (retro)etichettatura del vino. Giampiero conosce bene la mia posizione sul tema, ne abbiamo discusso a lungo e siamo sulla stessa lunghezza d’onda, in favore di una trasparenza totale degli ingredienti del vino. Giampiero riporta sul suo blog un’immagine della retroetichetta del Serragghia Bianco Zibibbo Sicilia IGT 2006 di Giotto Bini (distribuzione Velier), vino altrimenti spettacolare secondo tutte le testimonianze.

Ma l’assenza di un quadro legale come base per le autocertificazioni del tipo praticato da Bini mi pare assai problematica. Per tutti gli alimenti esiste già un quadro legale chiaro e universale che permette, per esempio, al servizio anti-frode di una nazione di verificare se un’etichetta riporta informazioni corrette. Si tratta del General Standard for the Labelling of Prepackaged Foods scaricabile sul sito Codex Alimentarius, cioè il Regolamento Alimentare della FAO e della WHO. Se la viticoltura rispettasse questo sistema e rinunciasse alla famosa “eccezione vino”, il problema sarebbe quasi perfettametne risolto. Eccezione legalmente ingiustificabile, salvo il pretesto ovviamente falso che il vino conterrebbe un solo ingrediente!
Inutile quindi ri-inventare la ruota. Iniziative personali come quelle di Bini, lodevoli certo, e coraggiose, possono risultare in situazioni pasticciate che tolgono credibilità al nascente movimento che chiede la trasparenza dell’etichetta del vino. La retroetichetta di Bini è fortemente criticabile per due motivi principali.
Primo, perché contiene una contraddizione: non si può mettere “NON CONTIENE SOLFITI” e poi dichiarare 6mg/l di anidride solforosa !!! E’ un sofismo. La legge – vedi la direttiva europea 2003/89/EC e il regolamento europeo No 1991/2004 – impone che ogni vino contenente almeno 10mg/l di solfiti debba portare l’indicazione “CONTIENE SOLFITI”, mentre al di sotto di quella soglia non è obbligatoria la dicitura. E assolutamente sbagliato e disonesto concludere che se il vino contiene MENO di 10mg/l di SO2, si possa scrivere NON CONTIENE SOLFITI. Sarebbe corretto, anche se impreciso, mettere qualcosa come “povero di solfiti”.
Secondo, e questo è l’errore fondamentale, perché l’etichetta invece di menzionare tutti gli ingredienti e processi utilizzati, e sarebbe già sufficiente, procede invece alla rovescia e menziona alcuni dei processi e ingredienti non utilizzati! Esistono più di cento processi e ingredienti legali – vedi il Codice Internazionale delle Pratiche Enologiche e il Codex Enologico Internazionale dell’OIV – ma ovviamente incompatibili con un vino di terroir, con un vino onesto; il menzionarne solo una infima parte non può che destare il sospetto su tutti gli altri. Per esempio, questa retroetichetta non menziona l’assenza di lisozima, che viene usato frequentemente per bloccare la malolattica; cosa devo concludere da questa omissione? E’ inutile quindi menzionare gli ingredienti non utilizzati, non ci sarebbe mai posto per elencarli tutti.
Il nobile gesto di Bini si presta purtroppo alle critiche da parte di coloro che vorrebbero mantenere l’opacità dell’etichetta e la presa in giro del consumatore, cioè da parte di quella grande maggioranza di produttori anche artigianali che corregge sistematicamente il vino con, nel migliore dei casi, acido tartarico e zucchero.
Mi pare auspicabile che l’etichettatura del vino segua le regole già applicabili per legge a tutti gli altri prodotti alimentari che contengono più di un solo ingrediente. Cioè, si devono riportare tutti gli ingredienti utilizzati, in ordine di quantità decrescente. In questo modo, più un vino è sincero, e più c’è posto per mettere tutti gli ingredienti e processi utilizzati!
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