Non esistono al mondo molti paesaggi del vino carichi di così tanta struggente bellezza come quelli che si possono ammirare alle 5 Terre. Si tratta di luoghi dove il lavoro dell’uomo nel corso dei secoli ha interagito così in profondità con il territorio rurale e marino, da creare una simbiosi inestricabile e irripetibile. Non natura selvaggia dunque, ma addomesticata senza violenza e con il rispetto dovuto a chi forniva attraverso la pesca e la vite i necessari mezzi di sostentamento. Se si deve spiegare cosa i cugini francesi intendono con il termine “Terroir”, non c’è esempio più evidente dei terrazzamenti delle 5 terre e del vino simbolo che da essi si produce: lo sciacchetrà.
Esistono piante monumentali, alberi che per le loro dimensioni e per la loro età ovviamente quasi sempre solo stimata, emanano un fascino irresistibile, più di un mobile antico, più di un pezzo di antiquariato o di archeologia, in quanto non oggetti inanimati, ma esseri viventi, muti testimoni dello scorrere dei secoli. Di solito si tratta di piante isolate in boschi sperduti oppure in parchi nazionali o negli orti botanici, scampate per miracolo alla sorte toccata alle loro simili di finire ad ardere in qualche camino o essere trasformate nei mille manufatti in cui il legno è stato ed è ancora molto importante.
Cosa hanno in comune Pantelleria, Volastra (frazione di Riomaggiore alle 5 Terre), la Valpolicella e la regione del Tokaj? Apparentemente nulla; di fatto invece antiche pratiche enologiche tramandate di generazione in generazione che hanno prodotto alcuni dei più affascinanti vini del mondo.
Mi piace partire dal Vin de Gusa, prodotto in poche bottiglie da Luciano Capellini in quel di Volastra, microscopico borgo a picco sul mare delle 5 Terre.
Qui secondo la tradizione avita l’ultima frazione della torchiatura dell’uva del vino bianco, aspra e aggressiva (una vera spremuta di bucce, da cui il nome Vin de Gusa, cioè vino di buccia) viene messa da parte. L’anno successivo, quando si svina lo Sciacchetrà separandolo dalle bucce, appena dalla botte lo zampillo si intorbidisce si chiude la spina e sulle vinacce inzuppate in gran quantità del prezioso passito si ripassa il vino di buccia, che si addolcisce e acquista morbidezza. Il risultato è inebriante: la freschezza del vino bianco unita alla dolcezza del passito, tutto su toni mediterranei e marini. Assolutamente da provare.
In genere non mi piace rimbalzare post di blog altrui, anche so moolto più autorevoli, su queste spiagge (tanto per rimanere in tema di vacanze). Questa notiziola però merita assai!
Siccome il problema dell’etichettatura del vino è molto sentito anche negli Stati Uniti, il Center for Science in the Public Interest (mica pizza e fichi!!) ha proposto una nuova etichetta che contenga tutte le informazioni nutrizionali dei vini rossi, bianchi e da dessert, evidentemente affinché il problema endemico dell’obesità che affligge il paese più ricco del mondo possa essere combattuto più efficacemente, ed il bevitore consapevole possa essere anche informato delle pericolose sostanze contenute nella sua amata bottiglia.
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Diavolo di un Maiale . Ecchè, si fa così? Mettere a nudo un’emozione, scoprire il proprio cuore è una cosa che richiede circospezione, confidenza, intimità. E invece…oplà! Via, a raccontare la propria anima. No, non si fa così. Ma in questo giochetto sado-maso che è il Vino dei Blogger chi ha il pallino detta le regole. E allora sia, facciamoci del male!
Bea e Teo sono due vignaioli, vivono nello stesso paese e le loro vigne sono molto vicine. Sono anche amici (forse c’è del tenero) e concorrenti, nel senso che ciascuno cerca di vendere il proprio vino, ma non hanno le stesse idee in merito alla conduzione della vigna e a come si fa il vino….
Bellissima a mio avviso l’etichetta di questo vino estremo prodotto a 1200 m.s.l.m. dal vitigno Prié Blanc allevato su sabbie moreniche.
Così recita il sito del produttore:
“La filosofia produttiva del Blanc de Morgex et de La Salle Vini Estremi, si basa sul rispetto totale delle caratteristiche e della tipicità che l’uva del Prié Blanc può apportare ad un vino prodotto ancora attualmente in condizioni prefilosseriche.
Le tecniche di produzione vogliono riproporre le condizioni di vinificazione ottocentesche.
Per questo motivo la fermentazione alcolica viene svolta a temperatura ambiente (di cantina) ed i lieviti impiegati sono stati selezionati negli anni ‘80 dall’Istituto sperimentale dell’Enologia di Asti sul vitigno Prié Blanc a Morgex.
Il vino prodotto viene sottoposto a semplici travasi senza subire stabilizzazioni tartariche e chiarifiche
Questa strada è stata intrapresa al fine di riproporre al consumatore il Blanc de Morgex et de La Salle che conobbero, degustandolo negli anni ‘50, giornalisti come luigi Veronelli e Mario Soldati.
La conservazione ed il trasporto del prodotto a temperature superiori a 30°C può causare precipitazioni o leggeri intorbidimenti.
Al fine di favorire l’illimpidimento ed il compattamento dell’eventuale precipitazione si consiglia di conservare le bottiglie verticali in un ambiente freddo. Tale eventuale deposito è testimonianza e garanzia della tecnica di vinificazione applicata. ”
L’Italia dovrà rinunciare a chiamare Tocai l’omonimo vino prodotto in Friuli a base di uva Sauvignonasse.
Va bene, è giusto, chissenefrega, tanto il Tocai manco mi piace.
Intanto in Germania …….(fonte Ansa)……
Non voglio qui addentrarmi nel ginepraio del dibattito “tappo-a-vite-sì-tappo-a-vite-no”. Noto solo con curiosità che in Italia di fatto tale dibattito è sterile in quanto fondato sul nulla. Ovvero in Italia il tappo a vite nel settore vinicolo non esiste, se non sul collo dei bottiglioni di lambrusco della GDO.
Eccoci giunti al settimo episodio del “Vino dei Blogger”, questa volta proposto da Pierluigi Salvatore e dal titolo: “Gli autobianchi del refrigerio”.
Quale vino bianco ottenuto da uve autoctone – si domanda Pierluigi – soddisfa al meglio il nostro desiderio di freschezza nei caldi mesi dell’estate?
La mente corre subito verso prodotti profumati, certo non appesantiti da troppo alcol o da legno, dotati di una buona acidità, adatti ad accompagnare piatti estivi leggeri a base di pesce, verdure crude e formaggi a pasta tenera, magari all’aperto, in una terrazza sul mare, o in una malga alpina (e qui mi fermo perché alle agognate ferie manca ancora molto tempo…).