Come pota?
Pubblicato da Luca Risso il 23/03/2007 in Tecniche del VinoIn questa stagione, attirati dalle prime belle giornate, incomincia la tradizionale processione degli appassionati presso i loro produttori del cuore, chi in cerca delle prime bottiglie di bianco appena prodotte, chi del vino sfuso da imbottigliare a casa, chi semplicemente dell’occasione per fare due chiacchiere con un vecchio amico.
Questo è anche il momento ideale per curiosare tra le vigne, che sono ancora prive di chioma e presentano le gemme appena sbocciate. E facile quindi per noi osservare come sono state potate le piante, e trarre immediatamente alcune utili informazioni sul tipo di filosofia produttiva che anima il nostro amico vignaiolo. Se infatti non è garantito che una vigna ben potata produca poi vino eccellente, è invece molto difficile che ciò avvenga nel caso di una vigna potata malamente o secondo un’ottica iper produttiva. Dopo aver letto questo post, quando andrete a comperare le vostre bottiglie in cantina, potrete a dire al produttore: “Non è un po’ troppo lungo il tuo Guyot?”.
Innazitutto contiamo quante gemme porta ciascuna pianta; quindi stimiamo a occhio qual’è la distanza tra i filari e tra le piante di ciascun filare nella vigna. Fatto? OK! Supponiamo che tali distanze siano (circa) 2m e 1m. Moltiplichiamo 2 per 1 e otteniamo (ovviamente) 2. Dividendo 10000 per 2 otteniamo 5000 che è il numero di piante per ettaro della vigna sotto “inchiesta”. Entriamo ora un po’ più in dettaglio nella potatura.
Tra le forme di allevamento della vite, quella detta a spalliera è senza dubbio la più diffusa in ogni angolo del mondo. Secondo tale sistema la vite viene fatta crescere in filari più o meno lunghi, costituiti da pali di legno, cemento, acciaio o materiale plastico, su cui vengono fissati due o più fili di acciaio zincato posti in tensione attraverso pali più robusti posizionati alle estremità del filare. Su tali filari la vite può poi essere allevata attraverso diverse tecniche di potatura.
I sistemi di potatura della vite si possono distinguere in sistemi a potatura lunga e sistemi a potatura corta, a seconda della lunghezza dei vecchi tralci (o capi) lasciati sulla pianta e da cui nasceranno i nuovi tralci che daranno frutto. Solitamente è utile incominciare dal sistema denominato Guyot, dal nome di un maestro francese che lo mise a punto a partire dal 1868. Il sistema Guyot è di fatto un sistema misto, e quindi è utile a capire entrambe le filosofie di allevamento.
Supponiamo che in un certo momento della stagione invernale la vite si trovi nella situazione illustrata in figura 1.

Senza domandarci ora come è arrivata in quella forma (lo capiremo dopo), osserviamo che essa presenta un fusto, che dal piede della pianta (punto del fusto a livello del terreno) arriva in modo più o meno verticale fino al primo filo della spalliera, posto più o meno a 70 cm da terra, e due rami, uno lungo ed uno corto.
Il ramo lungo è legato sul filo e si chiama “capo a frutto”. La sua lunghezza si misura in numero di gemme. Le gemme sono posizionate su nodosità del ramo poste a distanza regolare là dove l’estate precedente spiccavano le foglie. Da ogni gemma l’estate successiva cresceranno i nuovi tralci e dai tralci i grappoli. La lunghezza del capo a frutto è funzione di alcune importanti scelte agronomiche. Si definisce “fertilità” di un vitigno il numero medio di grappoli prodotti da un tralcio nato dalla singola gemma. La fertilità è variabile in funzione del vitigno e dei diversi cloni nell’ambito dello stesso vitigno e normalmente è compresa tra 1 e 2. Siccome ogni vitigno è caratterizzato da un peso medio noto del grappolo, la lunghezza del capo a frutto in termini di numero di gemme determina la produzione/ettaro richiesta all’impianto. In realtà la situazione è più complicata in quanto questo calcolo porta ad una produttività teorica massima, generalmente superiore a quella reale a causa della riduzione dovuta agli agenti atmosferici (grandine, siccità, ecc) e alle pratiche di diradamento. Inoltre non tutte le gemme del capo a frutto hanno la stessa fertilità. In alcuni vitigni come il nebbiolo e la corvina le 2-3 gemme più vicine al fusto (gemme basali) non sono fertili e quindi producono tralci senza grappoli. Quindi la potatura dovrà essere più lunga. Per questi vitigni sono da escludere i sistemi a potatura corta (cordone speronato, alberello). Altri vitigni come il Merlot hanno una buona fertilità sia delle gemme basali sia di quelle apicali, ma se il capo a frutto è troppo lungo sono poco fertili le gemme mediane. Altri vitigni ancora hanno gemme uniformemente fertili.
Il ramo più corto si chiama “sperone” o “capo a legno” e di solito porta due gemme. Se il tipo di fertilità del vitigno lo consente, anche queste gemme possono produrre tralci con grappoli.
L’estate successiva se tutto va bene l’aspetto della nostra pianta potrebbe essere come quello rappresentato in figura 2.

Dopo l’autunno la nostra vite si presenta come in figura 3.

Al momento della successiva potatura invernale il vecchio capo a frutto verrà completamente asportato; dei due tralci nati dalle due gemme dello sperone, quello inferiore sarà potato a due gemme per generare il nuovo sperone, mentre quello superiore sarà potato lungo e legato sul filo per generare il nuovo capo a frutto.
Il sistema Guyot si presta a diverse varianti. Ad esempio può essere raddoppiato creando due capi a frutto legati alle due parti opposte del filo, e due speroni. In altri casi il capo a frutto è piegato ad archetto verso il basso anziché legato parallelamente al filo. Quando il capo a frutto è doppio e piegato verso il basso il sistema prende il nome di “Cappuccina”. Queste varianti derivano in genere da antiche tradizioni dettate dall’esperienza culturale di un determinato vitigno in un determinato territorio.
Il sistema Guyot è pratico e idoneo ad una viticoltura di qualità ma richiede molta manualità e poco si presta alla potatura e alla vendemmia meccanizzata. E’ diffuso quindi in zone collinari con pendenza abbastanza elevata da impedire l’accesso alle vendemmiatrici. Laddove la morfologia del terreno ed il tipo di vitigno lo consentono, si preferiscono quindi in genere i sistemi a cordone ed in particolare quello a potatura corta detto “cordone speronato”. In questo caso il fusto è più alto rispetto al sistema Guyot ed arriva fino a 1-1.2 metri. La potatura si esegue tagliando a sperone (1-2 gemme) tutti i tralci nati dal tralcio principale che rimane legato sul primo filo in modo permanente. Il tralcio principale si chiama cordone ed è generalmente lungo 1.5 metri.
Quando il cordone non è ancorato al filo più basso ma a quello più alto, ed i tralci vengano potati lunghi, piegati e legati al filo inferiore il sistema prende il nome di Sylvioz (figura 4).

La variante dove i capi a frutto non vengono nemmeno legati ma lasciati liberi si chiama Casarsa (figura 5).

In figura 6 è rappresentata una pianta di merlot appena potata a Guyot con carica del capo a frutto di 8 gemme. Si noti anche più o meno a metà tra il capo a frutto ed il terreno il punto di innesto del merlot sul piede americano.
Altri sistemi di allevamento diversi dalla spalliera sono diffusi in specifiche aree geografiche; tra di essi occorre menzionare le diverse forme di pergola (Trentina, Veronese, Bolognese) e il così detto alberello. La pergola è un sistema dove al posto dei filari la vite viene allevata su impalcature di legno alte anche più di 2 metri collegate da fili di acciaio, in modo che la vegetazione formi una specie di soffitto verde da cui i grappoli pendono verso il basso. Sui vari tipi di pergola la potatura è sempre lunga ed il sistema si presta essenzialmente ad ambienti pianeggianti costituiti da terreni fertili e ricchi di acqua, capaci di garantire produzioni spesso esasperate. I grappoli sono protetti dall’azione diretta del sole e questo porta talvolta a una insufficiente maturazione del frutto.
Completamente diverso il caso dell’alberello, sistema in cui la vite non è legata ad alcun sostegno, ma viene allevata in forma di veri e propri alberelli molto bassi (0.5-0.7 m) e potati con pochi speroni ed un carico molto limitato di gemme. Si tratta di un sistema adatto a zone calde e aride, dove le esigenze vegetative della vite sono mantenute minime, e la vicinanza al suolo consente un certo effetto termoregolante. In figura 7 è illustrato una bellissima vigna di zinfandel allevato ad alberello in California.

Direi che siamo ora in grado di stimare a occhio la produttività/ettaro teorica di una qualsiasi vigna, moltiplicando il numero di gemme contate su una pianta, per il numero di piante/ettaro, per 1.5 (una fertilità media) e per il peso medio del grappolo di ciascun vitigno (vedi qui). Siccome tale peso varia tra i 100 grammi del Pinot Nero ed i 300 del Sangiovese (ma per vitigni bianchi come il trebbiano può arrivare a 400 g), si può comunque stimare un minimo ed un massimo di produttività.
Personalmente se la produttività minima di un vigneto si colloca sopra i 100 quintali/ettaro, comincio a nutrire qualche dubbio sulla qualità del vino ottenibile, mentre se la produttività massima risulta inferiore a tale valore, le cose cominciano ad andare molto meglio!
Comunque ricordate, questo è solo l’inizio. La strada per arrivare ad una bottiglia eccellente è ancora lunga e maledettamente difficile!
Luk

