Nebbiolo (di Dronero) o Chatus?

Pubblicato da Luca Risso il 03/09/2005 in Vino

Qualche tempo fa ho assaggiato un vino davvero interessante: il nebbiolo di Dronero di Chiotti.


Il Viticultore Ambrogio Chiotti ha scritto una interessante lettera alla rivista “Vigne e Vini” che qui ho avuto il consenso di riportare per intero per sottoporla ai vostri commenti.

Luk

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Egr. Signor DIRETTORE
E’ circa un mese che ho pronta questa lettera, in seguito alla lettera dell’assessore Fino, voglio esprimere la mia opinione circa l’iscrizione del vitigno Chatus.
In autunno ho partecipato al convegno sulla valorizzazione dei vitigni autoctoni organizzato dal Salone del vino di Torino, dove come c’era da aspettarsi, tutti i relatori si sono riempiti la bocca con i soliti proclami tesi ad esaltare il ricchissimo patrimonio vitivinicolo, sia dal punto di vista culturale che colturale di questo nostro Piemonte. Per contrapposizione è pure emersa una severa e giusta critica nei confronti dei vitigni internazionali.
Purtroppo è di questi giorni la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte n. 05 del 3/02/2005, della deliberazione della Giunta Regionale 14 dicembre 2004, n. 22-14325 che recependo il Decreto del MIPAF 7 maggio 2004, inserisce il Chatus nell’elenco dei vitigni autorizzati per il Piemonte. Il Chatus, vitigno coltivato nel dipartimento francese dell’Ardèche, ha un nome di origine occitana simile ai vitigni internazionali tanto criticati dall’assessore regionale all’agricoltura Cavallera e dal Presidente del Comitato vitivinicolo nazionale Sen. Zanoletti. Nel saluzzese questo vitigno è conosciuto da quasi un millennio con il nome di Nebbiolo di Dronero e nella fascia pedemontana che va da Cuneo al Canavese è il vitigno che riveste la maggior rilevanza economica, inspiegabilmente però, ci sono voluti più di trent’anni per inserirlo nel Catalogo Nazionale per uve da vino. Ora non comprendo il comportamento di alcuni nostri politici che da una parte esaltano il nostro patrimonio vitivinicolo mentre dall’altra soggiacendo alle logiche di una forte lobby vitivinicola albese, hanno usato un diverso metro di paragone nei confronti del Nebbiolo di Dronero, rispetto a quello usato solo pochi anni prima per il Pelaverga di Verduno. Allora fu sufficiente l’aggiunta dell’aggettivo “piccola” per dribblare la precedente iscrizione a Catalogo della Pelaverga della valle Bronda. Il Comitato vitivinicolo regionale con la sua proposta di imporgli il nome Chatus ha, di fatto cancellato con un colpo di spugna il più antico dei vitigni piemontesi, defraudandoci del nome Nebbiolo di Dronero.
Spiace a chi da una vita ha coltivato questo vitigno e da 25 anni si batte per il suo riconoscimento, il fatto che quasi mille anni di storia, tradizioni, cultura e cosa più importante coltura che i nostri Avi con enormi sacrifici, attraversando guerre, invasioni barbariche, pestilenze, avversità e lotte a volte anche fratricide, sono sempre riusciti a salvaguardare; tramandandoci questi nostri vitigni autoctoni così come erano nei secoli passati, anzi addirittura migliorandoli con un’attenta scelta clonale. L’origine locale e l’antichità dei vitigni di Nebiolo esistenti nella nostra zona viene confermata dall’esistenza di numerose varietà di tale vitigno come: di Dronero, D’Antom, Gabardin e Pirulè tipiche di varie località, originate da disseminazione, sul cui risultato è intervenuta la scelta e la cura dell’uomo mediante la propagazione per talea. Inoltre devo precisare che il Bourgnin è diverso dal Nebbiolo di Dronero.
Un antico cronista saluzzese ebbe a dire “que non fecerunt barbari” noi possiamo aggiungere “fece il Comitato vitivinicolo regionale”. Certamente dall’assessore provinciale all’agricoltura e dal Sottosegretario all’agricoltura con delega alla viticoltura che in zona hanno un buon serbatoio di voti, mi aspettavo un maggiore interessamento e rispetto per la storia e le tradizioni. A rendere più amara questa decisione, c’è il fatto che l’Albarossa, vitigno ottenuto dal Prof. Dalmasso dall’incrocio di Nebbiolo di Dronero x Barbera, sponsorizzata dagli industriali vinicoli, è stata addirittura iscritta prima del proprio progenitore e contrariamente alle linee guida dello stesso Comitato, ha nell’etimologia del suo nome un nome geografico, a meno che ci vogliano far credere che Alba sta a significare il sorgere del sole o la Parietti, comunque nel momento in cui diventa orfana di padre, si avvia addirittura ad essere inserita in una D.O.C.
Ma Report docet, a governarci sarà meglio scegliere i candidati, in base alla loro competenza sulle problematiche locali, non ad una mera logica di partito, sarà quindi utile ricordarcene di fronte all’urna onde evitare che ci facciano fare certe figuracce.
Visto impossibile salvare capra e cavoli, non ci resta che sperare di salvare la capra, magari istituendo una nuova D.O.C., già perché non pensare ad una Denominazione di Origine Controllata Dronero? O ancora una volta le lobby albesi temono che possiamo offuscare in qualche modo le loro D.O.C. di Langa?
Colgo l’occasione per porgerLe i miei più distinti saluti e ringraziarLa per lo spazio accordatomi.
Costigliole Saluzzo 17 marzo 2005
Chiotti Ambrogio

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